ALBERTO BOSCARATO – FISE VENETO

ALBERTO BOSCARATO

di Umberto Martuscelli per Fiseveneto.com

 

Adesso la sua statura è tutto sommato nella norma ma quando era piccolo era veramente piccolo. Ecco perché per tutti è sempre stato e per sempre sarà Albertino. Quando senti dire Albertino sai subito di chi si sta parlando: si sta parlando di Alberto (no: Albertino… ) Boscarato. Il campione veneto assoluto di salto ostacoli 2014 (e istruttore alla Scuola Padovana di Equitazione), titolo da lui conquistato lunedì 2 giugno in sella a Nymphea de Laume a Casale sul Sile presso gli impianti del Circolo Ippico Cristallo.

 

È il risultato più importante della sua carriera fino a oggi?

«Devo dire che abbiamo cominciato benissimo il 2014 con la medaglia d’argento nel Criterium di 2° grado e a Casale la cavalla ha riconfermato la sua forma eccellente».

Ma è la sua prima medaglia nel campionato regionale?

«Ne ho vinte delle altre, ma mai l’oro. Questa è la prima. Naturalmente sono molto felice del risultato: anche perché lo volevo proprio… Ero partito con l’idea di vincere ed esserci riuscito è una grande soddisfazione. Voglio dire: la soddisfazione sta soprattutto nel fatto di essere riuscito a fare quello che mi ero riproposto di fare».

Quindi una sensazione particolare…

«Davvero… Anche perché sei in casa, ti conoscono tutti, ci sono tutti i tuoi allievi… insomma, proprio bello! Quando sono entrato per il percorso finale ho chiaramente percepito il sostegno dei miei amici, dei miei allievi, delle persone che tifavano per me. Difficile descrivere a parole una sensazione del genere… ».

Alla frazione finale di gara siete arrivati con zero penalità in cinque: lei, Marco Marangotto su Queen de Balmont, Riccardo Martinengo Marquet su Piumino, Andrea Campagnaro su Rivage du Borda e Giulio Carpigiani su Art Nouveau d’Ode. Lei ha vinto grazie al tempo: ma è sicuro che i cronometri non siano impazziti? Ha dato sei secondi di distacco a Marangotto…

«Eh sì, la mia cavalla è stata fenomenale, ha fatto dei numeri incredibili! La sentivo in super forma, sembrava che fosse consapevole di poter vincere. Bellissimo».

Ma non era un po’ preoccupato prima di entrare in campo per il percorso decisivo?

«No, la cavalla era andata benissimo nella prima manche, sapevo che poteva fare qualcosa di eccezionale. Però devo ammettere di essermi emozionato, questo sì… Forse anche più di quanto è accaduto a Cattolica nel Criterium… Credo sia dipeso dalla consapevolezza di avere a bordo campo tutti i miei amici e i miei allievi… Ci tenevo a fare qualcosa di buono davanti a tutti loro».

C’è stato qualcuno che l’ha aiutata tecnicamente parlando nell’ottenere questo risultato?

«Sicuramente. La cavalla è di Stefano Carli e lui in tutti questi anni di mio lavoro alla Scuola Padovana di Equitazione mi ha dato tanto, e tanto continuerà a darmi ancora. Il merito di questa vittoria è in gran parte suo. Lui è un garista e nello stesso tempo lavora moltissimo sulla posizione del cavaliere, come è giusto che sia: del resto basta vedere la correttezza della posizione e dell’assetto di tutti i migliori protagonisti dell’equitazione moderna… Oggi per emergere bisogna montare bene, non si discute».

Carli la segue anche a casa?

«Sì, certo. Anche con i cavalli giovani. Mi aiuta davvero tanto. E poi devo dire che sono importantissimi gli stages che da noi in Veneto si organizzano da parecchi anni d’inverno con Giorgio Nuti. Lui è un grandissimo tecnico e un grandissimo conoscitore di cavalli. Il lavoro che abbiamo svolto con Nuti è stato molto importante per me e credo per tutti gli altri istruttori veneti che hanno seguito i suoi stages».

Quando ha cominciato a montare a cavallo da ragazzino pensava che il futuro le avrebbe riservato tutto questo?

«Beh, sinceramente la passione mi ha spinto fin dall’inizio a credere che questo sarebbe stato il mio lavoro. Poi il nostro è uno sport in cui non si può mai dire di essere arrivati. E inoltre i motivi di soddisfazione possono essere tanti: costruire un cavallo fin da giovane e portarlo a fare un Gran Premio è una gioia enorme, per esempio. E quindi sì, direi che per me fin da ragazzino l’obiettivo è stato questo: fare quello che sto facendo, e possibilmente farlo sempre meglio».

C’è stato un momento particolarmente importante nella sua vita, un momento in cui ha avuto certezza del cammino intrapreso?

«L’uomo che mi ha permesso di arrivare fin dove sono arrivato è stato mio padre. Lui è mancato a 50 anni, nel 1992, quando io ero molto giovane (Boscarato è nato nel 1971, n.d.r.), ma ha fatto comunque in tempo a trasmettermi la passione e la determinazione fondamentali per questo sport. Quando lui è morto io ho capito veramente che… insomma, forse avrei dovuto capire tutto un po’ prima, perché avrei voluto tanto poterglielo dire, dimostrarglielo… invece non sono riuscito a fargli vedere quelle cose che lui tanto desiderava per me e per la mia vita. Ma il momento della morte di mio padre è stato per me una specie di giro di boa proprio per questo».

Quali sono state professionalmente parlando le tappe più importanti della sua carriera?

«Sono partito all’inizio lavorando un po’ di qua e un po’ di là. La prima tappa importante è stata quando sono andato a lavorare per Luciano Campagnaro: da lui ho montato veramente tanti cavalli, come accade quando si lavora per una scuderia di commercio. Poi sono diventato istruttore e ho preso in mano la gestione del Centro Ippico Il Cataio di Valentina Carraro e poco dopo, mentre montavo anche con Sante Bertolla, ho avuto la fortuna di conoscere Riccardo Patrese: lui è un grandissimo uomo di sport, ha investito su di me, mi ha dato dei cavalli importanti… Infine l’ultimo passaggio, nel 2008, forse il più importante per me: quando Barbara Carlon mi ha chiesto se volevo diventare l’istruttore della Scuola Padovana di Equitazione. Per me un onore grandioso: la Scuola Padovana è il maneggio più bello e importante del Veneto… E lì non ho avuto alcun dubbio: ho detto subito sì!».

Adesso a distanza di tempo è ancora soddisfatto di quel suo sì?

«Più che mai! Certo, questo è un periodo di crisi per tutti, lo sappiamo bene, ma noi riusciamo comunque ad avere moltissimi allievi, le cose funzionano: poi la Spe ha molte risorse, non ultima quella di trovarsi nel centro di Padova. E una storia e una tradizione e un prestigio che certamente fanno da traino. Devo dire che sia come cavaliere sia come istruttore io sono proprio contento di essere alla Spe. Non avrei potuto desiderare nulla di meglio».

Come gestisce il suo tempo nel lavoro quotidiano?

«Beh… prima di tutto diciamo che ci vuole un bel po’ di energia, questo sì. Gestire la Scuola Padovana e fare anche l’istruttore è un impegno non da poco. Comunque normalmente dedico la mattina al montare i miei cavalli e il pomeriggio alle lezioni. Nei ritagli di tempo sto un po’ dietro al personale, all’ufficio… cose così».

Lei abita a Padova?

«No, a Monselice. Proprio l’anno prima di lasciare il Cataio ho trovato questa casa che mi piaceva, era carina, comoda, con il giardino per il mio cane. Quando sono arrivato a Padova avevo pensato di trasferirmi, ma poi ho visto che tutto sommato riuscivo a muovermi senza troppi problemi e così sono rimasto a Monselice».

È sposato?

«No. Fino a qualche tempo fa ero fidanzato, ma adesso il rapporto è finito. E vivo da solo nella mia casa di Monselice assieme al mio cane. E stiamo bene che mai… ».

Nel suo ruolo di istruttore quale è la cosa più importante che cerca di trasmettere agli allievi?

«La cosa principale è curare bene la posizione del cavaliere. All’inizio può essere pesante e noioso per l’allievo, ma bisogna insistere, insistere, insistere. È il presupposto di partenza fondamentale. La base, insomma. E se la base è solida si costruisce bene, poi».

C’è anche un rapporto di carattere umano e psicologico tra lei e i suoi allievi?

«Credo che da questo punto di vista il fatto che a mia volta io sia un cavaliere aiuta molto. Quando si è in concorso si vive un rapporto più completo con gli allievi. E in più le mie sensazioni di cavaliere impegnato in gara sono utilissime per aiutare i miei allievi a comprendere alcune problematiche relative al percorso, a solo qualche ostacolo particolare, alla condotta di gara… ».

Qualche sogno da parte?

«Quello che penso sia il sogno di tutti i cavalieri italiani: poter essere in gara a Piazza di Siena. Un sogno, appunto. Devo dire che attualmente ho un gruppo di cavalli giovani molto interessanti insieme a Stefano Carli, a Barbara Carlon e a Fabio Brotto: stanno crescendo veramente bene e chissà che un giorno… va beh, insomma, io i miei sogni me li faccio, poi vedremo… !».

 

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